Aggiornato al 20/01/2026

Non leggere questo articolo se cerchi l’ispirazione. Leggi se vuoi un metodo solido per la tua storia.
Ho affrontato il blocco dello scrittore decine di volte. Nel libro On Writing, Stephen King racconta un aneddoto su James Joyce. Dice più o meno così:
“Un giorno, andandolo a trovare, un amico lo avrebbe trovato riverso sullo scrittoio in un atteggiamento di profonda disperazione. «James, cos’è che non va?» avrebbe chiesto l’amico. «È il lavoro?». Joyce avrebbe assentito senza nemmeno sollevare la testa e guardare l’amico. Era naturalmente il lavoro; non lo era sempre? «Quante parole hai scritto oggi?» avrebbe domandato l’amico. E Joyce (sempre in preda alla disperazione, sempre con la faccia posata sulla scrivania): «Sette». «Sette? Ma, James, è ottimo per te!» «Sì» avrebbe risposto Joyce alzando finalmente la testa «Suppongo di sì, ma non so in che ordine vanno!
Questo episodio rappresenta perfettamente quello che ci immaginiamo essere il blocco dello scrittore. Ed è così, in effetti. È capitato anche a me. Sia quando scrivevo per WeWrite, sia quando lavoravo sul romanzo o il racconto del momento.
Nella migliore delle ipotesi, andavo avanti per inerzia. Scrivevo, ma le frasi perdevano slancio, diventavano piatte. Il giorno dopo rileggevo e quello che avevo prodotto con così tanta fatica (mai più di poche righe) mi faceva schifo. Provavo a riscrivere, cambiavo qualche parola, spostavo una virgola. Non serviva a nulla.
Per ritrovare il ritmo, leggevo qualche pagina di un autore che amavo. Justin Cronin, Cormac McCarthy, Stephen King. Avevo scoperto questo metodo nel film Scoprendo Forrester, con Sean Connery e Rob Brown. Lo suggeriva il protagonista del film (Sean Connery, nei panni di Forrester) al suo pupillo, Jamal Wallace (Rob Brown).
Rubavo un po’ di tecnica ai grandi scrittori, come se avessi provato a continuare una musica viaggiando sulla stessa lunghezza d’onda. Per qualche paragrafo funzionava, ma poi mi arenavo di nuovo. La pagina diventava bella stilisticamente, ma senz’anima. Come un vestito elegante su un manichino.
Ho scoperto troppo tardi il problema. Il rimedio era cinematografico e, a essere sincero, a volte lo uso ancora. Il nocciolo però non è la tecnica e NON è neanche l’ispirazione.
La vera causa del blocco dello scrittore era una decisione che non avevo preso e che non avevo il coraggio di affrontare.
IN BREVE
- Il blocco dello scrittore non è mancanza di ispirazione. È rifiuto di decidere.
- Se non sai dove stai andando, ti fermi. È inevitabile.
- La scrittura è metodo, non magia. Pitch, sinossi, scaletta: questi sono gli strumenti per navigare.
- L’AI può aiutarti a fare “debugging” narrativo, ma non può decidere al posto tuo.
- Se la storia non va avanti nonostante il metodo, il problema è la storia: devi fare una scelta.
In questo articolo: blocco dello scrittore. Come superarlo con il metodo e senza magia
Perché il blocco dello scrittore non esiste (o quasi)
C’è un’immagine molto diffusa dello scrittore bloccato. Seduto davanti al foglio bianco, in attesa che arrivi l’ispirazione. Quella di Joyce menzionata abilmente da Stephen King.
È un’immagine romantica, ma è anche una bugia.
Il blocco dello scrittore è mancanza di direzione. Se non scrivi, non è perché la musa non si è presentata. La musa non esiste. Il motivo è che non hai deciso cosa vuoi dal progetto su cui stai lavorando e, forse peggio ancora, non hai studiato i passi per andare avanti.
L’ispirazione ti fa iniziare. Ti dà la voglia di scrivere, ma non ti fa finire. Per completare un lavoro serve altro. Serve sapere dove stai andando. Serve aver preso una decisione.
Le cause reali del blocco: ispirazione vs decisione
Andare avanti o fermarsi. Sembra una scelta semplice, ma quando si inizia a scrivere è molto difficile ammettere di inseguire la storia sbagliata.
Per scrivere ci vuole costanza, esercizio, un luogo tranquillo. La mente sgombra. Tutto vero.
Ma le ragioni del blocco per me sono altre:
- La storia non fa più presa. Era un fuoco ed è bruciato rapidissimo. Come un amore estivo.
- I personaggi sono diventati degli estranei. Come autore, non ci passi volentieri del tempo insieme e non perché siano repellenti narrativamente (basti pensare a come i “cattivi” affascinino i lettori o gli spettatori di un film). No, sono diventati noiosi.
- Non c’è una direzione chiara. Non sai come andare avanti. Non hai “scalettato”: ossia, come mi hanno insegnato alla scuola Holden, non hai chiari i principali punti di snodo della storia.
È vero che Stephen King, in On Writing, diceva: “non tramate”, ossia non immaginate tutto prima. Ma lui è Stephen King! Per tutti gli altri comuni mortali della scrittura, un buon metodo è invece proprio quello di sapere dove si sta andando. A grandi linee, ma l’idea di una strada serve. Lo vedremo tra poco.
E quindi eccola, la causa ultima, derivante dai tre punti sopra. Tutte le volte che mi fermavo era perché non avevo davvero deciso se quella storia valeva il mio tempo. Soprattutto, non avevo deciso se andare avanti o fermarmi. Restavo in mezzo. Né dentro né fuori. E così non andavo da nessuna parte.
Il blocco dello scrittore è questo. Non è un muro. È un bivio in cui ti siedi e aspetti che qualcun altro scelga per te, ma nessuno sceglierà per te. Nella peggiore delle ipotesi lo farà il tempo. E tu avrai buttato mesi correndo verso un vicolo cieco.
La decisione è semplice, anche se non facile. Le opzioni sono sempre due.
- Andare avanti, convinto della storia.
- Oppure smettere, riconoscere che quella storia non ha futuro. Perlomeno non in quella forma. Forse perché non è il suo tempo o, forse, perché non lo sarà mai.
L’unica cosa che non puoi fare per davvero è restare fermo. Perché restare fermo è già la peggiore scelta che puoi prendere.
Come superare il blocco dello scrittore: 3 strumenti pratici
Alla Scuola Holden quasi tutti i docenti dei corsi che ho frequentato hanno spiegato la stessa cosa. Prima di scrivere, devi sapere cosa stai scrivendo.
Non è teoria. È il metodo che separa chi finisce da chi si arena.
Ecco i tre strumenti per sbloccare la scrittura.
Il pitch: definire la destinazione
Riassumi la storia in una frase. Una frase che potresti raccontare a uno sconosciuto in ascensore. Se non riesci a farlo, non hai ancora una storia. Hai un’atmosfera, forse un’immagine. Non basta.
Il pitch è la destinazione. Se non sai dove stai andando, qualsiasi strada ti porterà da nessuna parte. Tutte le migliori storie contengono una premessa narrativa riassumibile in pochissime righe.
- Un ragazzo viaggia nel passato e deve far innamorare i genitori per non cancellare se stesso e tornare a casa (Ritorno al futuro; 110 battute)
- Due giovani separati da un potente locale attraversano fughe, peste e ingiustizia in un’Italia che mette alla prova amore e fede (I promessi sposi; 129 battute)
- Un gruppo di amici affronta un’entità che prende forma dalle paure, prima da bambini e poi da adulti tornati a finirla (IT; 119 battute)
Ecco. Se la tua storia non sta in un pitch da raccontare a uno sconosciuto in ascensore, fatti due domande. Io di solito lo faccio.
La sinossi: la mappa del viaggio
Scrivi l’intera storia dall’inizio alla fine. Una cartella editoriale, più o meno. Il conflitto, le svolte, il finale.
Se non sai come finisce, non sei pronto a scrivere. Puoi cambiare il finale in corsa, ma devi sapere verso cosa stai camminando.
Puoi cambiare le svolte, ma devi sapere cosa stai impattando. Non puoi scrivere non sapendo dove andare. Ci vuole troppa tecnica. Sempre che tu sia un comune mortale, come me.
La scaletta: il GPS capitolo per capitolo
Scrivi la scaletta capitolo per capitolo. Scena per scena, se vuoi. È la mappa di dettaglio. Puoi deviarla, ma devi sapere da dove parti e dove arrivi.
Questi non sono esercizi accademici. Sono strumenti per navigare. Se li hai, ti godi il viaggio. Se non li hai, ti perdi.
E, quando ti perdi, ti blocchi.
Scrivi la scaletta in questo modo:
- Cosa succede: solo due o tre righe. E chiediti se c’è conflitto. Se i personaggi cambiano, avanzano.
- POV: il punto di vista. È in terza persona? In prima? Onnisciente?
- Dove si svolge: in una stanza? All’aperto?
- Quando: specificarlo ti aiuterà a non perdere le fila.
Se pensi alla struttura prima di scrivere, se definisci il conflitto e le svolte narrative, se hai bene in testa i personaggi, se fai tutto il lavoro preliminare, allora il blocco dello scrittore non esiste. Esiste la fatica. Esiste la difficoltà di trovare la frase giusta, ma non esiste il foglio bianco, perché tu sai dove stai andando.
Quando il metodo non basta: il problema è la storia?
A volte hai la scaletta, hai il metodo, ma ti fermi lo stesso.
In quel caso, non è un blocco tecnico. È un problema strutturale. Forse stai lavorando su un progetto che non regge. Forse la storia non è quella giusta. Forse non è il momento giusto.
Se ti fermi tu, immagina un lettore. Se tu che stai scrivendo non hai voglia di andare avanti, perché dovrebbe farlo chi la legge?
Il blocco dello scrittore, in questo caso, è un sintomo. Ti sta dicendo qualcosa. Ascoltalo.
Sei di fronte a un bivio. Devi decidere se è un problema risolvibile o se il progetto va abbandonato. Per farlo, non basta l’istinto. Serve un’analisi lucida. Ho scritto un metodo per questo: come capire se vale la pena finire quel romanzo. Troverai una checklist e un verdetto. Senza complimenti inutili.
L’AI come strumento contro il blocco, ma NON come ghostwriter
L’AI può aiutarti, ma non nel modo che pensi.
Usala per il debugging narrativo. Dalle la tua sinossi e chiedile: dove sono i buchi logici? Quali motivazioni non reggono? Dove il lettore perderebbe interesse? Ci sono dei cliché?
Vengo dal software. Ho lavorato molti anni nell’IT. Perdonatemi la metafora.
Non fare scrivere codice all’AI. Falle fare la “code review”.
I suoi suggerimenti saranno tipicamente poco originali. Piatti, già visti, perché l’AI attinge a quello che esiste, non a quello che manca.
Eppure, è proprio questa sua debolezza che può essere utile. I suggerimenti banali possono stimolare il processo creativo. Ti faranno dire “no, così no, ma forse così sì”. Puoi avere a disposizione uno sparring partner che ti tira pugni prevedibili. Ti alleni a schivarli. E impari a colpire meglio.
Ognuno poi ha il suo metodo per far emergere le idee. Chi passeggia, chi nuota, chi cucina.
L’AI è un’opzione in più, non è certo l’unica. A me, ad esempio, piace camminare e nuotare. O bere vino, ma l’AI è più veloce. Questo è un fatto.
C’è una cosa importante da dire, però. Non far scrivere l’AI al posto tuo. Non prendere le sue idee così come sono. Usale come punto di partenza. Poi trasformale in qualcosa di tuo, aggiungendo le tue peculiarità, il tuo sapore. Quello che è solo tuo.
La diagnosi finale
Il blocco dello scrittore non è una malattia misteriosa. È un segnale.
Ti dice che manca qualcosa. Una decisione, una direzione, una struttura. O che la storia stessa non funziona.
Non restare fermo ad aspettare l’ispirazione. Non arriverà. E se lo farà, nove volte su dieci non basterà.
Prendi gli strumenti. Fai il lavoro. Se dopo il lavoro sei ancora fermo, forse non è un problema di metodo. È un problema di progetto.
In quel caso, la domanda cambia. Non più “come sbloccarmi”, ma “vale la pena continuare?”.
È una domanda più difficile, ma forse è quella giusta.
Il blocco non è quasi mai un problema di ispirazione. È un problema di struttura o di decisione.
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Ivan Libero Lino