La lezione di Viktor Frankl sui progetti che non finiamo mai
6 gennaio 2010
Il primo numero di WeWrite uscì il 6 gennaio 2010. Ci avevo provato per sette anni.
Come per tutti i momenti importanti della vita, è strano che a distanza di tempo tornino in mente particolari insignificanti.
La tavola apparecchiata a festa, la televisione che trasmette gli anticipi dai campi di calcio, la luce che entra dalla finestra. E io chino sul computer portatile, per mettere online quello in cui avevo investito almeno tre mesi di notti passate a lavorare.
Tutto era iniziato quando frequentavo l’università. Ricordo più di un pomeriggio nelle aule della Statale a parlare dell’avvio di una rivista online. Senza in realtà convincere nessuno tranne che me stesso.
Dopo i primi anni di lavoro, pensai di aver imparato la lezione: i progetti si realizzano condividendo lo stesso obiettivo.
Nel 2005, a un aperitivo aziendale, raccontai a un collega della passione per il giornalismo. Lui conosceva un altro amico e da tre diventammo presto cinque. Cinque persone e un unico problema: nessuno di noi sapeva realizzare un sito web. Ci fermammo con uno scheletro lasciato a metà.
I progetti si fanno con persone e competenze, pensai.
Parcheggiai la rivista fino al 2009. Stavo uscendo da un’operazione fastidiosa, che mi aveva tenuto a letto per alcune settimane, e da una forte insoddisfazione lavorativa e sentimentale.
In quegli anni avevo imparato a sviluppare. Così tentai di nuovo.
Scelsi il CMS, sviluppai il front end, disegnai il logo. Richiamai le persone del 2005 mostrandogli un prototipo. Convinsi una collega a fare la direttrice responsabile: a lei più di altri devo l’avvio del progetto e ancora oggi la devo ringraziare.
Pubblicai un annuncio e cercai collaboratori, leggendo tonnellate di CV. Non sapevo che tra tutti quelli ricevuti ne avrei trovato uno più speciale degli altri.
Investii i quattro soldi che avevo e registrai la testata alla cancelleria del Tribunale di Milano.
L’obiettivo era dare spazio a chi non lo trovava sui media tradizionali. Giornalisti in erba, talenti non riconosciuti. Cultura e società, scrittura creativa. Il motto della rivista era: WeWrite è una rivista che ti ascolta. E nel manifesto di apertura scrissi: è un esperimento e quindi è un rischio.

Il primo logo di WeWrite
Lavorarci mi faceva sentire vivo. Due ore ogni sera dopo cena, più i fine settimana. Dava sfogo a un desiderio che portavo dentro da anni: scrivere, organizzare, dare spazio. Alcune persone trovarono la loro strada. Qualcuno pubblicò dei libri. Nel mio piccolo, spero di averle aiutate.
WeWrite rispondeva al senso che cercavo nella vita. O almeno così credevo.
Quello che non sapevo è che chiedersi quale sia il senso della vita è come chiedere quale sia la migliore mossa a scacchi. Non esiste una risposta universale. Dipende dal contesto, dalla posizione in cui ti trovi.
Non avevo ancora letto Viktor Frankl.
Non sapevo che è la domanda a essere sbagliata.
Non dobbiamo chiederci qual sia il senso della vita, ma “cosa mi sta chiedendo la vita, adesso?“
Quando un progetto perde l’anima
Ad aprile andai a Perugia, al Festival Internazionale del Giornalismo. Presi spunto da ProPublica e cambiai l’obiettivo del progetto.
La redazione si basava principalmente sul mio lavoro e su quello del direttore responsabile. Dormivo poco, ero diventato irritabile, sbagliavo piccole cose per esaurimento fisico. Troppe ore di lavoro in aggiunta al lavoro vero. Avevo bisogno di un altro braccio destro.
Tra i collaboratori c’era una ragazza talentuosa, che per me era sempre stata una spanna sopra gli altri. Mio padre mi suggerì di affidarle il ruolo di caporedattore. Le delegai il coordinamento redazionale.
Passò un anno e qualcosa aveva iniziato a cambiare, senza che me ne rendessi conto. Divenne la persona con cui mi confrontavo di più.
Dopo cinque giorni di ritiro nel convento francescano del Monte Mesma, sul lago d’Orta, cambiai ancora direzione. Cercavo un senso più autentico, lo cercavo ovunque. Nella scrittura, nella fede, nel progetto. Per quella virata persi collaboratori, mi misi a selezionarne altri e a lavorare ancora di più.
Il mio rapporto con la brillante giornalista che avevo reso caporedattore stava diventando qualcosa di più profondo.
Mi innamorai.
Credo che cercassimo tutti e due un senso, in quel periodo.
Qualcuno ha scritto che amare è guardare insieme nella stessa direzione. Forse fu così.
A distanza di due anni dal primo numero, WeWrite cambiò ancora pelle. La verità è che la stavo cambiando di nuovo anch’io.
Per farla crescere mi accorsi che dovevo puntare sulla SEO. Cercavo numeri. Le visite salivano, gli articoli funzionavano, ma, al terzo anno dalla fondazione, la rivista era diventata una macchina.
E le macchine non hanno anima. Non danno senso.
Un amico mi disse: “WeWrite è diventata la rivista di Google”.
Vanity metrics.
La sera aprivo il pannello di amministrazione e non sentivo più niente. Niente rischio. Niente ascolto.
Solo stanchezza e la sensazione di mandare avanti qualcosa per inerzia.
WeWrite ora ascoltava Google Trends e Search Console.
Persi l’amore per la rivista.
Lo sostituii con quello verso la mia futura moglie.
A distanza di oltre dieci anni, ho capito che i progetti non si realizzano solo condividendo lo stesso obiettivo, ma condividendo lo stesso significato. Quando questo manca, o cambia, muoiono.
Quando la vita ti sta facendo un’altra domanda e tu continui a rispondere a quella vecchia, terminano.
Con WeWrite è stato così. Il senso non era scomparso. Si era spostato.
Chiusi il progetto senza annunci. Il sito esiste ancora, fermo a quegli anni. Ma quello che WeWrite mi ha lasciato non ha bisogno di aggiornamenti.

Da “sbarbato” ai tempi di WeWrite.
Il fallimento è negli occhi di chi guarda
WeWrite aveva funzionato fino a quando era rimasta autentica.
Ho accantonato il progetto dopo circa quattro anni.
Eppure, per me è stato un successo.
Grazie a WeWrite ho conosciuto mia moglie. Ho incontrato un sacco di persone interessanti. Ho inventato i “racconti in sette righe”, racconti brevissimi che mi hanno divertito per un lungo periodo. Ho imparato a scrivere in ottica SEO. Ho ripreso a sviluppare.
Indirettamente mi ha portato due figlie.
Alla fine, il progetto si è chiuso. Per me non è fallito, ma è arrivato a compimento.
Ha risposto alla domanda che mi stava facendo la vita in quel momento.
E, solo per tutto quello che mi ha dato in cambio, non posso che essere grato di cosa è stato.
Per questo, credo non si debba avere paura di provare.
Cosa ho imparato
Ognuno di noi cerca di lasciare qualcosa che gli sopravviva. Figli, relazioni, opere. È un’esigenza che va più in profondità della produttività, più in là dell’ambizione.
Frankl la chiamava volontà di senso.
È il significato.
Quando c’è, si resiste. Quando manca, si molla. Penso sia così in ogni attività umana.
È il motivo per cui scrivo. Per lasciare qualcosa alle mie figlie.
Non è diverso da quello che cercavo nel 2009.
Scrivere, dare spazio, costruire qualcosa che resti.
Il bisogno era lo stesso. Ha solo cambiato forma.
Oggi sto costruendo qualcosa di diverso, ma la spinta è identica.
Cosa mi sta chiedendo la vita, adesso?
Forse sbaglierò ancora la risposta, ma questa volta spero di aver compreso la domanda.
Per chi vuole approfondire, ho scritto un articolo che parla di cosa ho imparato negli anni in cui ho lavorato sette giorni su sette.
Se invece stai portando avanti un progetto tuo, ho messo insieme quello che so in una guida: Finire quello che inizi.
Se vuoi conoscere qualcosa a cui mi sto dedicando ora, leggi Romanzi sul cambiamento climatico: dalla distopia alla climate fiction.
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