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C’è una differenza fondamentale tra un film distopico e un film post-apocalittico, e capirla cambia il modo in cui li guardi.
In un film distopico la società esiste. Anche nel caso in cui sia stata travolta, si è ricostituita intorno a un nuovo patto sociale. Spesso uno degli elementi costitutivi è degenerato. Eccessivo controllo o concentrazione del potere, regole che polarizzano la società, sono solo alcuni degli esempi più facili, quai dei cliché. In tutti quelli che hanno avuto più o meno successo, come 1984, Hunger Games o Gattaca, c’è un contesto che funge da antagonista.
Nei film post-apocalittici, invece, la società come la conosciamo non esiste più. Le città sono vuote, le regole cancellate e l’unica domanda che resta è cosa sei disposto a fare per sopravvivere un giorno in più.
Concettualmente, tra le distopie e i film post-apocalittici c’è la catastrofe, che avviene mentre ne sei spettatore. I disaster movie, le invasioni, il momento esatto in cui tutto va a pezzi. Temporalmente, potrebbe avvenire prima di una nuova società.
Nella trilogia Il passaggio, di cui ho parlato nell’articolo sugli scrittori horror, si vede bene la possibile progressione temporale. Un esperimento militare crea una razza di vampiri (la fase del disastro). La civiltà crolla (post-apocalittico). Cento anni dopo, un gruppo di sopravvissuti vive dietro mura di luce (distopia).
Spesso i generi si fondono. In fondo, le categorie con cui parliamo di qualcosa sono soltanto un modo di rendere comprensibile il nostro pensiero.
Per evitare confusione, ho comunque inserito in una sezione dedicata alla fine dell’articolo i disaster movie. Spesso vengono confusi con il genere e meritano uno spazio ad hoc.
Perché i film post-apocalittici ci attraggono così tanto?
I film post-apocalittici parlano di noi, di quello che rimane quando si toglie via tutto: professione, status, sicurezza. Quando togli la società, resta quello che sei senza il contesto. È come nelle situazioni difficili che ognuno di noi si trova ad affrontare nella vita reale. Tirano fuori la vera natura delle persone. La loro visione è letteratura morale travestita da intrattenimento.
Il cinema post-apocalittico non è mai stato così produttivo come negli ultimi vent’anni. Dopo l’11 settembre, dopo la crisi finanziaria del 2008 e dopo il COVID, ogni trauma collettivo ha generato un’ondata di film che immaginano il dopo. Raccontare la fine del mondo è il modo in cui elaboriamo la paura che il nostro mondo possa finire davvero.
Ecco, quindi, i migliori film post-apocalittici, quelli che vale la pena vedere, divisi per tema.
Film post-apocalittici con tema: Il deserto e la strada
Film di sopravvivenza pura. Il mondo è finito, resta lo spazio vuoto e la necessità di attraversarlo. Qui non ci sono fazioni da combattere o misteri da svelare. C’è la strada, la fame e la decisione quotidiana di continuare ad andare avanti.

Mad Max 2 (1981)
Regia: George Miller. Con: Mel Gibson, Bruce Spence, Vernon Wells
Logline: In un mondo ridotto a deserto dopo una guerra globale per il petrolio, un ex poliziotto solitario si imbatte in una comunità assediata che difende l’ultima riserva di carburante. Dovrà decidere se aiutarli o continuare a sopravvivere da solo, mentre un esercito di predoni si prepara all’assalto finale.
Perché vederlo: È il film che ha inventato l’estetica post-apocalittica moderna. Il cuoio, le creste, i veicoli modificati, il deserto come metafora della civiltà svuotata. Ha influenzato un’intera generazione e serie di culto, tra le quali Ken il guerriero. George Miller l’ha girato con un budget minimo e ha creato un linguaggio visivo che quarant’anni dopo è ancora il punto di riferimento.
Mad Max: Fury Road (2015)
Regia: George Miller. Con: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult
Logline: In un futuro desertico dominato da un tiranno che controlla l’acqua, una guerriera ribelle fugge con le sue prigioniere a bordo di un camion blindato, trascinando nella fuga un ex poliziotto ridotto a donatore di sangue, mentre l’intero esercito del tiranno li insegue attraverso il deserto.
Perché vederlo: George Miller aveva 70 anni quando l’ha girato. Ha costruito veicoli veri e un mondo fisico che nessuna CGI potrebbe replicare. Charlize Theron nei panni di Furiosa è la vera protagonista. È un film d’azione che contiene dentro di sé un discorso sul patriarcato, sulle risorse e sulla speranza senza mai pronunciarne uno. Due ore di inseguimento nel deserto che passano veloci.
Nota: la saga Mad Max comprende anche il capostipite Mad Max (1979), Mad Max oltre la sfera del tuono (1985) e il recente Furiosa: A Mad Max Saga (2024, con Anya Taylor-Joy e Chris Hemsworth). Il primo è un revenge movie pre-apocalittico, Thunderdome è il più debole della serie, Furiosa espande l’universo con risultati divisivi.
Waterworld (1995)
Regia: Kevin Reynolds. Con: Kevin Costner, Jeanne Tripplehorn, Dennis Hopper
Logline: In un futuro in cui i ghiacci si sono sciolti e la Terra è interamente sommersa, un navigatore solitario e mutante viene coinvolto nella ricerca della leggendaria terraferma insieme a una donna e una bambina, mentre un esercito di pirati li bracca per impossessarsi della mappa tatuata sulla schiena della piccola.
Perché vederlo: Il disastro produttivo più famoso di Hollywood. Costi fuori controllo, set distrutti dagli uragani, la stampa che lo ribattezzò “Fishtar”. Eppure, il film non è il disastro che racconta la sua leggenda. È un Mad Max sull’acqua, con un Costner testardo e un Dennis Hopper memorabile come cattivo. Non è un capolavoro, ma è un mondo costruito con una coerenza rara. E l’idea di un pianeta senza terra resta visivamente potente. Ne parlo anche nell’articolo sui film distopici.
L’uomo del giorno dopo (1997)
Regia: Kevin Costner. Con: Kevin Costner, Will Patton, Olivia Williams Tratto dal romanzo: Il simbolo della rinascita (The Postman) di David Brin (1985)
Logline: In un’America ridotta a comunità isolate dopo un collasso non specificato, un vagabondo trova un’uniforme postale e inizia a consegnare lettere inventate, scoprendo che la menzogna del servizio postale restaurato ridà speranza alle persone, mentre un signore della guerra locale vede in quella speranza una minaccia al proprio potere.
Perché vederlo: Un altro Costner post-apocalittico, un altro flop al botteghino, ma il film ha un’idea centrale che è più intelligente della sua esecuzione. La civiltà non rinasce dalle armi o dalla forza, ma dai simboli. Una divisa, una busta, l’idea che qualcuno dall’altra parte stia aspettando una lettera. È forse troppo lungo e troppo autocompiaciuto in alcuni passaggi, ma colpisce nel posto giusto. Il romanzo di Brin è migliore. Se il film vi incuriosisce, leggetelo. Ne parlo anche nell’articolo sui film distopici.
The Road (2009)
Regia: John Hillcoat. Con: Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron Tratto dal romanzo: La strada di Cormac McCarthy (2006, Premio Pulitzer)
Logline: In un mondo ridotto a cenere da una catastrofe mai spiegata, un padre e il suo bambino camminano verso sud cercando un clima più mite, proteggendo l’uno la vita dell’altro mentre predoni, fame e il peso della disperazione minacciano di spezzarli entrambi.
Perché vederlo: Il film post-apocalittico tratto da uno dei più grandi romanzi del genere. Grande interpretazione di Viggo Mortensen, lontano eppure vicino all’Aragorn che l’ha reso famoso. Ma è il bambino a portare il peso emotivo, come nel romanzo. È lui l’ultima cosa che vale la pena difendere. Se dovete vedere un solo film di questa lista, è questo. Se avete letto il romanzo di McCarthy, vincitore del Pulitzer, sappiate che il film gli è fedele nel modo che conta: nel tono.
Codice Genesi (2010)
Regia: Albert e Allen Hughes. Con: Denzel Washington, Gary Oldman, Mila Kunis
Logline: In un’America devastata e resa cieca dal sole, un uomo attraversa il continente a piedi per portare l’ultimo esemplare di un libro sacro verso ovest, mentre un piccolo tiranno locale lo bracca perché sa che chi controlla quel libro controlla le persone.
Perché vederlo: La premessa è semplice: dopo la fine, chi controlla le storie controlla il potere. Denzel Washington porta tutto sulle spalle con una presenza che basta a riempire ogni scena. Il ritmo è lento in alcuni passaggi, il mondo visivamente monocromo e Gary Oldman è come in ogni altro film un ottimo antagonista. Il colpo di scena finale funziona meglio di quanto ci si aspetti e la domanda che il film solleva, cosa vale la pena preservare quando tutto il resto è perduto, è una di quelle a cui vale la pena rispondere.
Finch (2021)
Regia: Miguel Sapochnik. Con: Tom Hanks
Logline: Un ingegnere rimasto solo in una Terra bruciata dal sole costruisce un robot per prendersi cura del suo cane dopo la propria morte. Durante un ultimo viaggio attraverso l’America devastata insegna alla macchina cosa significa essere umani, mentre il tempo che gli resta si accorcia.
Perché vederlo: Tom Hanks, un cane e un robot. Sembra la premessa di una commedia, ma è un film sorprendentemente toccante. Non reinventa il genere, ma fa una cosa che pochissimi film post-apocalittici fanno: ti lascia con un senso di speranza che non è forzata. È uscito su Apple TV+ e quasi nessuno ne ha parlato. Un peccato, perché è uno dei film post-apocalittici più umani degli ultimi anni.
Film post-apocalittici con tema: virus, zombie e pandemie
L’umanità decimata dal contagio. Qui il nemico non è il deserto o la fame, ma il corpo che si rivolta, la specie che collassa su se stessa. Questi film parlano di epidemie, infezioni e del terrore biologico che, dopo il COVID, abbiamo smesso di considerare fantascienza.

28 giorni dopo (2002)
Regia: Danny Boyle. Con: Cillian Murphy, Naomie Harris, Brendan Gleeson
Logline: Un corriere in bicicletta si sveglia dal coma in un ospedale vuoto e scopre che Londra è stata svuotata da un virus che trasforma gli infetti in creature furiose. Insieme a un piccolo gruppo di sopravvissuti cerca rifugio presso una base militare che si rivelerà più pericolosa del contagio stesso.
Perché vederlo: Danny Boyle ha riscritto le regole del genere zombie con una scelta semplice: i morti corrono. Ha girato tutto in digitale, con una grana sporca che fa sembrare Londra un posto che conoscevi e che adesso non riconosci più. Il vero orrore è nel terzo atto, quando i sopravvissuti incontrano i militari. A quel punto capisci che il virus è solo il pretesto. Il film parla di cosa fanno gli uomini quando nessuno li controlla più. Chi ama l’horror troverà qui il punto esatto dove post-apocalittico e terrore si fondono. Un’intersezione di generi di cui parlo anche nella guida agli scrittori horror.
Io sono leggenda (2007)
Regia: Francis Lawrence. Con: Will Smith Tratto dal romanzo: Io sono leggenda di Richard Matheson (1954)
Logline: L’ultimo uomo immune a un virus che ha trasformato l’umanità in creature notturne vive barricato in una New York deserta, cercando di sviluppare una cura mentre di giorno caccia e di notte si difende, aggrappato alla routine come unico argine alla follia della solitudine.
Perché vederlo: Il concept funziona: Will Smith da solo in una Manhattan svuotata. La prima metà è eccellente. La routine di Neville, le trappole, i manichini con cui “parla”, il cane. Poi arriva la seconda metà, con i mostri in CGI e un finale che tradisce le premesse. Se vi incuriosisce, cercate online il finale alternativo, quello tagliato dagli studios perché “troppo ambiguo”, che cambia completamente il senso del film. E soprattutto, leggete il romanzo di Matheson. Breve, devastante. Il titolo acquisisce un significato che il film non ha avuto il coraggio di mantenere. Ne parlo anche nell’articolo sui film distopici.
E venne il giorno (2008)
Regia: M. Night Shyamalan. Con: Mark Wahlberg, Zooey Deschanel, John Leguizamo
Logline: Quando un’ondata di suicidi inspiegabili si diffonde dalla costa est americana, un insegnante di scienze e la sua famiglia fuggono dalle città verso la campagna, scoprendo che la minaccia potrebbe venire dalla natura stessa, e che non esiste luogo dove nascondersi da un nemico invisibile e onnipresente.
Perché vederlo: Il film più divisivo di Shyamalan. Per molti è un disastro involontariamente comico (Mark Wahlberg che parla a una pianta è diventato un meme). Per altri è un esperimento interessante che prende sul serio un’idea inquietante. E se la Terra decidesse di eliminarci? L’esecuzione è imperfetta, il tono oscilla, ma il concetto di fondo, la natura come forza ostile e imperscrutabile, ha una risonanza che, a distanza di anni, è diventata più attuale. Chi è interessato al rapporto tra narrativa e crisi ambientale troverà connessioni con la climate fiction.
World War Z (2013)
Regia: Marc Forster. Con: Brad Pitt, Mireille Enos, Daniella Kertesz Tratto dal romanzo: World War Z di Max Brooks (2006)
Logline: Un ex investigatore delle Nazioni Unite viene richiamato in servizio quando una pandemia trasforma miliardi di persone in zombie e viaggia da un continente all’altro cercando l’origine del virus e una possibile soluzione, mentre il tempo per salvare la propria famiglia e l’umanità si esaurisce.
Perché vederlo: Come film d’azione con gli zombie funziona: la scala è globale, il ritmo è serrato, la scena dell’assalto alle mura di Gerusalemme è visivamente impressionante. Il problema è che non assomiglia al libro da cui è tratto. Il romanzo di Max Brooks è un finto reportage giornalistico e il film se ne discosta parecchio. Se guardate il film, leggetelo dopo. Sono due opere completamente diverse ed entrambe meritano per ragioni opposte.
Contagious – Epidemia mortale (2015)
Regia: Henry Hobson. Con: Arnold Schwarzenegger, Abigail Breslin, Joely Richardson
Logline: Quando la figlia adolescente viene infettata da un virus che la trasformerà lentamente in zombie, un padre deve decidere se seguire il protocollo governativo che prevede la quarantena forzata o restare con lei fino alla fine, sapendo che ogni giorno di vicinanza è un giorno più vicino al momento in cui non la riconoscerà più.
Perché vederlo: Schwarzenegger in un film di zombie lento, intimo, quasi muto. Sembra impossibile, eppure funziona. Non ci sono esplosioni, non ci sono battaglie. C’è un padre che guarda la figlia morire senza poter fare nulla. È un film piccolo, imperfetto nei ritmi, ma con un coraggio raro: prendere il genere zombie e usarlo per raccontare il lutto. Se cercate azione, non è questo. Se cercate qualcosa che vi resti addosso, sì.
Film post-apocalittici con tema: creature e nuovi mondi
Film dove qualcosa di non umano ha preso il sopravvento, solitamente una presenza che ha cambiato le regole del mondo. Gli umani rimasti devono adattarsi o sparire.

A Quiet Place – Un posto tranquillo (2018)
Regia: John Krasinski. Con: Emily Blunt, John Krasinski, Millicent Simmonds
Logline: In un mondo invaso da creature che cacciano attraverso il suono, una famiglia sopravvive in silenzio assoluto, comunicando a gesti e camminando scalza, fino al giorno in cui la madre entra in travaglio e ogni respiro diventa una questione di vita o di morte.
Perché vederlo: John Krasinski ha avuto un’idea semplice e l’ha eseguita in modo perfetto: un mondo dove fare rumore significa morire. Ogni scena quotidiana, come mangiare o camminare, diventa una sequenza di tensione pura. Emily Blunt è formidabile. La scena della vasca da bagno è cinema horror allo stato puro, ma quello che rende il film davvero post-apocalittico e non solo un horror con i mostri, è il modo in cui racconta una famiglia che si aggrappa alle proprie routine in un mondo che non le consente più. Il sequel del 2020 espande l’universo ma perde forse in semplicità.
I Am Mother (2019)
Regia: Grant Sputore. Con: Clara Rugaard, Hilary Swank, Rose Byrne
Logline: In un bunker sigillato dopo l’estinzione dell’umanità, un’adolescente viene allevata da un robot materno programmato per ripopolare la Terra, finché l’arrivo di una donna ferita dall’esterno mette in dubbio tutto ciò che la ragazza crede di sapere sulla fine del mondo e sulle reali intenzioni della macchina che l’ha cresciuta.
Perché vederlo: Un film di fantascienza da camera, quasi teatrale. Tre personaggi, un unico ambiente e una tensione che cresce attraverso le domande. Zero laser, zero esplosioni. Chi è la donna dall’esterno? La madre-robot sta proteggendo o manipolando? Il film gioca con il concetto di fiducia in modo intelligente. Non tutto funziona e forse il terzo atto accelera troppo, ma l’idea di fondo è attuale: e se l’intelligenza artificiale decidesse che l’umanità merita una seconda possibilità, ma solo alle sue condizioni?
Film post-apocalittici con tema: Futuri post-umani
Film dove il mondo dopo la fine si è riorganizzato in qualcosa di nuovo e, spesso, di peggio. Società ricostruite, gerarchie distorte, umanità che ha perso qualcosa di essenziale. Qui il confine con la distopia si fa sottile, ma la differenza resta. Questi mondi sono nati dalle ceneri di quello precedente.

Fuga da Los Angeles (1996)
Regia: John Carpenter. Con: Kurt Russell, Steve Buscemi, Peter Fonda
Logline: In un’America trasformata in teocrazia dopo un devastante terremoto, un ex soldato viene spedito a Los Angeles (ora isola-prigione separata dal continente) per recuperare un dispositivo militare rubato dalla figlia del presidente, con la promessa di un’iniezione letale se fallisce.
Perché vederlo: Sequel di Fuga da New York (1981), meno riuscito del predecessore, ma con un finale che merita. John Carpenter usa il budget e gli effetti speciali come materiale grezzo per un film che sotto la superficie è una satira politica feroce dell’America puritana. Kurt Russell nei panni di Snake Plissken resta uno dei personaggi più iconici del cinema di genere. Uno dei cult degli anni Novanta (e quindi forse un po’ distante dal gusto di oggi), con un gran finale.
L’esercito delle 12 scimmie (1995)
Regia: Terry Gilliam. Con: Bruce Willis, Madeleine Stowe, Brad Pitt Ispirato a: La Jetée di Chris Marker (cortometraggio, 1962)
Logline: Un prigioniero del futuro post-apocalittico viene spedito indietro nel tempo per raccogliere informazioni sulla pandemia che ha sterminato l’umanità, ma il viaggio temporale lo catapulta nell’epoca sbagliata. Mentre cerca di completare la missione perde la capacità di distinguere tra realtà, follia e ricordi di un futuro che potrebbe non esistere.
Perché vederlo: Terry Gilliam prende un cortometraggio francese di 28 minuti, La Jetée di Chris Marker, e lo trasforma in un thriller paranoico e circolare. Brad Pitt, completamente fuori controllo in un ruolo secondario, ha ricevuto la prima nomination all’Oscar della carriera proprio per questo film. Il mondo sotterraneo del futuro è mostrato solo in poche scene, ma basta per capire che lì sotto l’umanità ha perso tutto tranne la disperazione.
Il pianeta delle scimmie – la saga
Regia: Franklin J. Schaffner. Con: Charlton Heston, Roddy McDowall, Kim Hunter Tratto dal romanzo: La Planète des singes di Pierre Boulle (1963)
Logline: Un astronauta americano atterra su un pianeta dove le scimmie sono la specie dominante e gli umani animali muti. Mentre lotta per dimostrare la propria intelligenza scopre una verità sul mondo che lo circonda. Cambierà per sempre il significato della sua missione.
Perché vederlo: Il colpo di scena finale è entrato nell’immaginario collettivo anche per chi non l’ha mai visto, ma il film merita per tutto quello che viene prima: la metafora razziale è esplicita: siamo nel 1968, in piena lotta per i diritti civili. La struttura narrativa è impeccabile. Il romanzo di Boulle è diverso nel tono ma ugualmente efficace. Se vi interessa il rapporto tra fantascienza e critica sociale, questo è uno dei punti di partenza obbligatori. Ne parlo anche nell’articolo sugli autori di fantascienza.
La nuova saga: L’alba del pianeta delle scimmie (2011, regia Rupert Wyatt), Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (2014) e The War – Il pianeta delle scimmie (2017), entrambi di Matt Reeves, con Andy Serkis nei panni di Cesare, è uno dei migliori reboot della storia del cinema. La saga parte dalle origini e arriva al mondo del film originale. Serkis in motion capture ha creato un personaggio che ha più profondità emotiva di molti protagonisti umani. Il capitolo più recente, Il regno del pianeta delle scimmie (2024, regia Wes Ball, con Owen Teague), prosegue la linea temporale con risultati promettenti.
Snowpiercer (2013)
Regia: Bong Joon-ho. Con: Chris Evans, Song Kang-ho, Tilda Swinton Tratto dalla graphic novel: Le Transperceneige di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette (1982)
Logline: In un mondo congelato da un esperimento climatico fallito, gli ultimi sopravvissuti vivono su un treno in perpetuo movimento dove i ricchi occupano i vagoni di testa e i poveri quelli di coda. Un uomo dalla coda guida una rivolta vagone dopo vagone verso la locomotiva, scoprendo che il sistema che vuole distruggere è più complesso e più orribile di quanto immaginasse.
Perché vederlo: Bong Joon-ho (proprio lui, quello di Parasite) usa il treno come la metafora sociale più letterale che il cinema abbia mai prodotto. Ogni vagone è un livello di privilegio. Avanzare significa combattere. Il tono oscilla tra il grottesco e il tragico, Tilda Swinton è grottescamente perfetta e il finale è uno dei più discussi degli ultimi anni. Il film nasce da un esperimento climatico fallito, la fine del mondo come effetto collaterale della nostra arroganza tecnologica, il che lo collega direttamente al tema della climate fiction. Tratto da una graphic novel francese degli anni ’80 che merita di essere riscoperta.
Hunger Games – la saga (2012–2015, 2023)
Regia: Gary Ross (primo film), Francis Lawrence (successivi). Con: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Woody Harrelson, Donald Sutherland Tratta dai romanzi di: Suzanne Collins
Logline (primo film): In una nazione sorta sulle ceneri del Nord America, una ragazza si offre volontaria al posto della sorella per partecipare a un gioco televisivo annuale in cui ventiquattro adolescenti combattono fino alla morte. La sua sopravvivenza innesca una ribellione, minacciando lo stesso regime che ha trasformato l’omicidio in spettacolo.
Perché vederlo: Hunger Games sta a cavallo tra distopico e post-apocalittico. Panem è una società ricostruita dopo un collasso, con un ordine preciso e crudele. Jennifer Lawrence ha dato a Katniss una solidità che ha reso la saga qualcosa di più del solito young adult. I primi due film sono i migliori; Il canto della rivolta perde ritmo dividendosi in due parti. Il prequel La ballata dell’usignolo e del serpente (2023) è interessante per come racconta l’origine del potere. I romanzi di Collins restano superiori ai film, ma i film hanno il merito di aver portato la distopia post-apocalittica al pubblico di massa.
Film post-apocalittici con tema: ridere della fine del mondo
Film da vedere, perché anche l’apocalisse può avere il suo lato comico. Questi film usano la fine del mondo come sfondo per commedie che, sotto la superficie, dicono cose più profonde di quanto appaia.

L’alba dei morti dementi (2004)
Regia: Edgar Wright. Con: Simon Pegg, Nick Frost, Kate Ashfield
Logline: Un commesso trentenne e il suo coinquilino sfaticato scoprono che Londra è invasa dagli zombie e decidono di barricarsi nell’unico posto che conoscono davvero, il pub sotto casa. Trascinano con loro l’ex ragazza, la madre e un assortimento di amici inadeguati alla sopravvivenza.
Perché vederlo: La prima commedia zombi che funziona sia come parodia sia come film di genere. Edgar Wright ha un talento unico per il montaggio comico e per le citazioni cinefile nascoste in ogni inquadratura. Sotto le risate c’è un film sulla stagnazione esistenziale: Shaun viveva già come uno zombie prima dell’apocalisse. L’invasione dei morti viventi è solo il catalizzatore che lo costringe finalmente a crescere. Primo capitolo della cosiddetta “Trilogia del Cornetto” di Wright-Pegg-Frost.
Facciamola finita (2013)
Regia: Seth Rogen, Evan Goldberg. Con: Seth Rogen, James Franco, Jonah Hill, Jay Baruchel, Danny McBride, Craig Robinson
Logline: Durante una festa nella villa di James Franco, l’apocalisse biblica si scatena su Los Angeles e un gruppo di attori di Hollywood, che interpretano versioni esagerate di se stessi, si barrica in casa, scoprendo che la sopravvivenza richiede qualità umane che nessuno di loro possiede.
Perché vederlo: Il concept è semplice e geniale: attori famosi che interpretano se stessi, prigionieri della fine del mondo. Le dinamiche di gruppo sono esilaranti. Ego, gelosie, panico. Il film non ha paura di essere blasfemo, volgare e completamente sopra le righe. Danny McBride ruba ogni scena in cui appare. Non è un film sottile, ma non vuole esserlo. E il finale, con la sua visione del paradiso, è indimenticabile per le ragioni sbagliate.
La fine del mondo (2013)
Regia: Edgar Wright. Con: Simon Pegg, Nick Frost, Martin Freeman, Paddy Considine, Eddie Marsan
Logline: Un alcolizzato nostalgico convince i vecchi amici del liceo a completare un giro dei pub epico nella loro città natale, scoprendo che gli abitanti sono stati sostituiti da repliche robotiche, e che l’unico modo di salvarsi potrebbe essere finire la maratona di birra indipendentemente dall’invasione aliena in corso.
Perché vederlo: L’ultimo capitolo della “Trilogia del Cornetto” e, forse, il più sottovalutato. Sotto la commedia fantascientifica c’è un film amaro sulla nostalgia, sull’incapacità di crescere e sul rifiuto di accettare che il passato è passato. Simon Pegg interpreta un personaggio meno simpatico e più complesso del solito. Il finale è sorprendente e coerente con il tono. Anarchico, malinconico e irremediabilmente umano.
Quando il mondo sta finendo: film apocalittici da non confondere con il genere
Questi film vengono spesso inseriti nelle liste di film post-apocalittici, ma in realtà raccontano la catastrofe mentre accade e non il dopo. Sono disaster movie, invasioni, collassi in diretta. Li includo qui perché chi cerca “film post-apocalittici” spesso cerca anche questi, e perché meritano di essere visti.

Independence Day (1996)
Regia: Roland Emmerich. Con: Will Smith, Jeff Goldblum, Bill Pullman
Logline: Quando una flotta aliena si posiziona sopra le principali città del mondo e lancia un attacco devastante, un pilota dei Marines, un esperto di comunicazioni satellitari e il Presidente degli Stati Uniti uniscono le forze per trovare un modo di contrattaccare prima che l’umanità venga sterminata entro il giorno dell’Indipendenza.
Perché vederlo: Il blockbuster d’invasione aliena per eccellenza. Palesemente inverosimile, ma spettacolo puro. Ricordo quando lo vidi al cinema. “Americanata” fu la parola che dissi più volte con i miei amici del liceo uscito dalla sala del cinema. La Casa Bianca che esplode è diventata un’immagine iconica del cinema anni ’90. Will Smith era al picco del carisma. Il film ha inventato un formato, il disaster movie globale con countdown, che Emmerich ha poi replicato all’infinito con risultati decrescenti.
The Day After Tomorrow (L’alba del giorno dopo) (2004)
Regia: Roland Emmerich. Con: Dennis Quaid, Jake Gyllenhaal, Emmy Rossum
Logline: Quando il riscaldamento globale innesca un’era glaciale improvvisa che congela l’emisfero nord in pochi giorni, un climatologo inascoltato attraversa a piedi una New York sepolta dal ghiaccio per raggiungere il figlio intrappolato nella biblioteca pubblica, mentre il governo evacua la popolazione verso sud.
Perché vederlo: Scientificamente assurdo, emotivamente efficace. Emmerich prende il cambiamento climatico e lo comprime in 48 ore di catastrofe spettacolare. Le scene di New York che congela e dell’acqua che invade Manhattan sono visivamente efficaci. Il film ha avuto il merito, involontario o meno, di portare il cambiamento climatico al centro della conversazione pop. Per chi vuole approfondire il legame tra narrativa e crisi climatica, ne parlo nell’articolo sulla climate fiction.
La guerra dei mondi (2005)
Regia: Steven Spielberg. Con: Tom Cruise, Dakota Fanning, Tim Robbins Tratto dal romanzo: La guerra dei mondi di H.G. Wells (1898)
Logline: Quando macchine da guerra aliene sepolte da millenni si risvegliano e iniziano a sterminare l’umanità, un padre divorziato e inadeguato fugge con i suoi due figli attraverso un’America nel caos, cercando di portarli dalla madre a Boston mentre il mondo intorno a loro viene sistematicamente distrutto.
Perché vederlo: Spielberg fa quello che sa fare meglio: racconta la catastrofe globale attraverso gli occhi di una famiglia. Un padre corre in mezzo al mondo che crolla. Le scene dell’attacco iniziale e della fuga dal traghetto sono tra le più intense del cinema moderno. Il terzo atto è il punto debole (Tim Robbins nel seminterrato rallenta troppo) e il finale è forse troppo veloce. Le prime due ore sono però cinema di pura tensione. Il romanzo di Wells, del 1898, resta uno dei testi fondativi della fantascienza: ne parlo nell’articolo sugli autori di fantascienza.
Cloverfield (2008)
Regia: Matt Reeves. Con: Michael Stahl-David, T.J. Miller, Lizzy Caplan
Logline: Durante una festa di addio a Manhattan, una creatura gigantesca attacca la città e un gruppo di amici attraversa le strade in rovina con una telecamera a mano per salvare una ragazza intrappolata nel suo appartamento, mentre l’esercito bombarda tutto intorno a loro.
Perché vederlo: Il found footage (il “registrato” da parte dei protagonisti) applicato al monster movie. L’idea di vedere un attacco in stile Godzilla dal punto di vista di chi sta scappando, con una telecamera che trema, cade, si spegne, ha cambiato le regole del genere. Non sappiamo niente della creatura, ma non importa. Il film funziona perché ci mette nei panni di chi non ha informazioni e non ha potere. 50 minuti di fuga, zero spiegazioni, un finale che non concede nulla. Disturbante a tratti, coinvolgente. Intrattenimento e angoscia per una serata.
2012 (2009)
Regia: Roland Emmerich. Con: John Cusack, Chiwetel Ejiofor, Amanda Peet, Woody Harrelson
Logline: Quando le profezie Maya si avverano e la crosta terrestre inizia a disintegrarsi, uno scrittore fallito scopre il piano segreto dei governi per salvare una parte dell’umanità. In fuga su gigantesche arche, attraversa mezzo mondo in una corsa disperata per mettere in salvo i propri figli prima che i continenti sprofondino nell’oceano.
Perché vederlo: Emmerich al suo massimo e al suo peggio, nello stesso film. La distruzione è spettacolare: Los Angeles che sprofonda, il Vaticano che crolla, uno tsunami che trascina una portaerei sull’Himalaya. Come puro spettacolo catastrofico, resta difficile da battere. La trama è cinematograficamente prevedibile, ma il film va accettato per quello che è. Il disaster movie definitivo per quanto riguarda azione e ritmo, senza pretese intellettuali e con la CGI al massimo della potenza.
Edge of Tomorrow – Senza domani (2014)
Regia: Doug Liman. Con: Tom Cruise, Emily Blunt Tratto dal romanzo: All You Need Is Kill di Hiroshi Sakurazaka (2004)
Logline: Un ufficiale militare codardo viene ucciso nel primo giorno di una battaglia contro invasori alieni ma si risveglia ogni volta all’inizio della stessa giornata. Insieme a una soldatessa leggendaria usa il loop temporale per imparare a combattere, morire e ripetere finché non trova il modo di vincere la guerra.
Perché vederlo: Uno dei film di fantascienza più sottovalutati dell’ultimo decennio. Il meccanismo del loop temporale (muori, ricominci, impari) è gestito con un ritmo perfetto che alterna azione, umorismo nero e tensione crescente. Il film scorre veloce e a tratti ricorda l’andamento di un videogioco. Gioca, salva, perdi, riprova. Emotivamente coinvolgente. Tratto da una light novel giapponese, All You Need Is Kill, che merita di essere cercata.
Don’t Look Up (2021)
Regia: Adam McKay. Con: Leonardo DiCaprio, Jennifer Lawrence, Meryl Streep, Cate Blanchett
Logline: Due astronomi scoprono che una cometa distruggerà la Terra entro sei mesi e tentano di avvisare il mondo, ma si scontrano con un governo più interessato ai sondaggi, media ossessionati dall’intrattenimento e un’opinione pubblica che rifiuta di credere alla scienza, trasformando la fine del mondo in uno spettacolo televisivo.
Perché vederlo: Una satira feroce sull’incapacità collettiva di reagire a una minaccia esistenziale quando è politicamente scomodo farlo. Il parallelo con la crisi climatica è dichiarato. McKay l’ha scritto pensando esattamente a quello. Il film divide: chi lo trova geniale e chi lo trova didascalico. La sequenza finale, con la scelta del cibo, la cena, l’attesa, il silenzio, è cinema difficile da dimenticare. Per chi si interessa al rapporto tra narrativa e crisi climatica, questo è uno dei testi contemporanei più importanti. Ne parlo anche nell’articolo sulla climate fiction.
Il mondo dietro di te (2023)
Regia: Sam Esmail. Con: Julia Roberts, Mahershala Ali, Ethan Hawke Tratto dal romanzo: Il mondo dietro di te di Rumaan Alam (2020)
Logline: Due famiglie che non si conoscono e non si fidano l’una dell’altra si ritrovano intrappolate in una villa negli Hamptons mentre fuori il mondo collassa. Internet cade, le navi si schiantano sulla spiaggia, gli animali impazziscono, senza sapere cosa stia succedendo né chi stia attaccando.
Perché vederlo: Sam Esmail (Mr. Robot) racconta l’apocalisse come la vivremmo davvero: non con le armi in mano, ma con il telefono che non prende, senza capire cosa sta succedendo, cercando di mantenere le apparenze. Julia Roberts e Mahershala Ali danno corpo alla tensione tra le due famiglie. Razza, classe, diffidenza. Il film divide, ma è il film post-apocalittico dell’era dell’ansia: quello dove la fine del mondo arriva e nessuno sa nemmeno se è la fine del mondo. Il romanzo di Alam è diverso nel tono, ma altrettanto efficace.
Tanti film. E altri ne verranno. Scrivo ad aprile 2026. Ad agosto uscirà al cinema The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, diretto da Ridley Scott e con Margaret Qualley, Josh Brolin e Guy Pearce, tratto dal romanzo Le stelle del cane di Peter Heller (edito in Italia da Bompiani). E chissà cosa verrà poi.
Perché questi film rispondono a un’esigenza profonda, quella che dicevo in apertura. Capire cosa rimane di noi quando tutto il resto è crollato. Cosa c’è sotto gli strati e le maschere della società.
Se siete arrivati fin qui, probabilmente avete già la vostra lista di film da recuperare. Se vi interessa esplorare il confine tra questi film e la narrativa che racconta la crisi climatica, un genere in crescita che si chiama climate fiction, trovate tutto nell’articolo dedicato alla climate fiction. Se invece cercate i film dove la società non è crollata ma è marcata, guardate la lista dei film distopici.
Mi chiamo Ivan Libero Lino, scrivo narrativa di genere e non e sono autore del romanzo Acqua, finalista Premio Urania nel 2008. Se volete saperne di più, qui trovate qualcosa in più su di me.
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