Se sei arrivato fin qui, resta.

Il cerchietto rosso


Davanti al cancello dell’edificio c’era già tanta gente. Bambini al primo giorno di scuola e genitori assonnati, babysitter e accompagnatori dell’ultima ora, ma tutto mi sarei aspettato di trovare tranne che gli artigli del mio passato.

Strinsi più forte la mano di Elisa. La più giovane delle maestre che avevo avuto quando ero bambino stava dietro la porta d’ingresso con i capelli grigi e le mani dietro la schiena.

Non era lei che mi aveva ferito. L’unghiata me l’aveva tirata una donna con i capelli tinti di blu, incapaci di nascondere il peso degli anni. La stessa donna che vidi piangere di fronte al sagrato della chiesa prepositurale due giorni dopo il mio diciassettesimo compleanno. Indossavo per la prima volta la cravatta e l’abito nero, ipnotizzato dal suono delle campane.

La vidi in disparte, anche lei chinata accanto a una bambina di non più di sei anni. Strizzai gli occhi cercando di mettere a fuoco. Indossava un cerchietto rosso con un fiocco sdrucito. Non potevo credere che fosse lo stesso.

La pioggia era cessata da poco e il sole che iniziava a filtrare dal cielo arrochito batteva sui ciottoli. Il vento si era placato. Guardai l’orologio. Tra poco sarebbe stata ora di entrare.

Elisa mi spinse verso le amiche che conosceva, più vicino alla donna che volevo ignorare. La distanza che avevo frapposto durante tutti quegli anni svanì e ora la vidi per quello che era.

Una vecchia inginocchiata di fronte a una bambina al primo giorno di scuola. Osservai la piccola voglia che aveva sotto l’occhio sinistro, la stessa che avevo visto quando piangeva sopra il sagrato. Non mi rimase alcun dubbio.

Sentii cedere le ginocchia. Per stare in piedi mi aggrappai al muretto basso di fronte a un’aiuola.

«Tutto bene papà?» mi chiese mia figlia. «Quando arriva la mamma?»

«Sta solo cercando parcheggio.»

Mi guardai intorno. Le siepi curate di fronte all’ingresso. La bandiera blu con le stelle e quella italiana. Gli zaini pieni di libri posati per terra.

Lo sguardo della bambina con il cerchietto e quello della vecchia con i capelli blu.

Mi guardò. Prima distrattamente, poi storse la bocca.

Sentii qualcosa opprimermi il petto. L’aria per respirare non riusciva più a uscire.

«Andiamo, spostiamoci» dissi a Elisa con un filo di voce, ma lei si rifiutò.

«Le mie amiche sono tutte qui, papà.»

Finsi di cercare qualcosa di importante sul cellulare. Di scrutare dentro la scuola. Controllai l’ora sull’orologio che portavo al polso.

Ero tornato un ragazzino. Lo stesso che davanti alla chiesa era scappato, incapace di sostenere la liturgia dell’estremo saluto insieme ai vecchi compagni di scuola.

Il ragazzino sul pullman durante la gita scolastica dell’ultimo anno di scuola di Deborah.


È più grande di me di almeno due anni. Nel corridoio la chiamano tutti per nome. Perché è stata bocciata. E perché ha le forme dell’adolescenza troppo evidenti sotto il maglione di lana.

È bella, Deborah. Con lo sguardo sfrontato e quelle cose che si dicono nei bagni delle medie, o durante il cambio dell’ora, di nascosto dai professori.

Che abbia già baciato qualcuno. Che la sua lingua sappia di tabacco e caffè.

Il giorno della gita salgo sul pullman guardandomi intorno. Io e Paolo, il mio migliore amico. Fissato con i panini e il prosciutto crudo. I manga che non conosce nessuno. Qualcuno ci tira la carta di una merendina, ma Paolo mi fa cenno di andarci a sedere.

Sono rimasti solo due posti, in fondo al corridoio. Dietro di noi due ragazze ci guardano e ridono. Una ha il cappellino da baseball e mastica una Big Babol. L’altra ha lunghi capelli lisci castani che le cadono sul maglione dal collo alto. Indossa un cerchietto rosso con un fiocco sdrucito. Sta seduta in ultima fila. Mi fissa e sorride.

«Sei carino» mi dice.

La sua amica con la Big Babol mi liquida dicendo: «Guarda che è solo uno sfigato.»

Deborah abbassa lo sguardo, sembra arrossire, quasi si fosse pentita. Si mangia le unghie.

Non dico nulla, ma so di essermi innamorato di lei.

La cerco la mattina fuori da scuola, circondata dagli altri ragazzi, da quelli più grandi che l’aspettano in sella al motorino. Lei sale con uno di loro e bigia l’entrata. Una donna con una voglia sotto l’occhio la rincorre e promette di punirla quando rientrerà a casa.

«Perché non l’hai fermata?» mi dice.

Ma io non rispondo. Ingoio qualcosa che è più grande di me. Ho dodici anni e la vedo sparire tra la fila di macchine, mentre io mi nascondo dentro le aule di scuola. Continuo a pensarci fino a quando non torno al sicuro tra le mura di casa.


Dei miei quindici anni ricordo le voci diventate certezze e le certezze che si diffondono come leggende urbane.

Deborah si droga. Deborah è incinta. Qualcuno ride di lei menzionando oggetti che si infila in mezzo alle gambe.

L’ultima volta la incontro per strada. Appoggiata al portone di un palazzo, con il cappuccio di una tuta calato sul viso. Quando la primavera deve ancora arrivare e il freddo ti forza a camminare veloce.

Mi fissa, noto i suoi occhi cerchiati di blu. Alza di poco la testa. Un sorriso accennato.

Forse un saluto.

Ricordo il giorno sul pullman.

In lontananza vedo arrivare un uomo con la sigaretta in bocca. Cammina a passo spedito.

La chiama, lei cambia espressione. Attraverso la strada. Mi affretto ad allontanarmi da lì.

Due anni dopo la trovano impiccata nel giardino di casa.

Fiore sull'asfalto bagnato





Il vento si era alzato di nuovo. La ressa davanti alla scuola mi aveva costretto ad avvicinarmi.

Ascoltai la bambina parlare alla vecchia con i capelli blu.

La madre di Deborah.

«Non avere paura, anche se non conosci nessuno.»

«È stato così anche per la mamma di mamma?»

«Sì.»

Non potei fare a meno di stringere la mano di Elisa più forte.

«È per tutti così, il primo giorno di scuola.»

Osservai la bambina guardarsi intorno.

«Sarebbe bello avere un’amica» disse.

«Te ne farai. Siamo venute qui soltanto da poco.»

La campanella suonò. I bambini sarebbero entrati. Li avremmo scortati fin dentro l’ingresso.

Mia figlia si accodò alle amiche che aveva conosciuto frequentando l’asilo. La tirai per la manica.

«La vedi quella bambina?»

Si voltò.

«Quella con il cerchietto rosso?» mi chiese.

Feci cenno di sì.

A pochi passi dietro di noi.

«Potrebbe diventare tua amica.»

La guardò. La bambina se ne accorse. Stiracchiò un mezzo sorriso.

E la salutò.




Ivan Libero Lino



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→ O io o lei (racconto)


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