
Sono passati più di vent’anni e non ricordo il nome della località, ma rammento bene il viaggio nel pulmino dell’associazione di volontariato, in un pomeriggio assolato di fine dicembre. Il riscaldamento che andava poco e la luce riflessa sui picchi delle montagne.
La bellezza del panorama era il contraltare perfetto per la mia paura.
Non sapevo ancora quale sarebbe stata la persona che mi avrebbero affidato, ma uno dei volontari più esperti cercò di rincuorarmi. Qualcuno facile da gestire, senza ombra di dubbio.
Ero al primo anno di università e avevo perso il mio giro di amici per un litigio banale. Da due settimane avevo iniziato a frequentare la casa dell’associazione, un centro di gravità dove vivevano insieme volontari e persone bisognose di cure.
Seduto sul sedile di dietro, fissai l’orologio. Presto saremmo arrivati al monastero che ci avrebbe ospitati per una settimana. Mi rimproveravo di non aver fatto qualche domenica di volontariato in più. L’intimità e l’assenza di barriere che avevo trovato così affascinante nella casa a Milano, ora mi stringevano la bocca dello stomaco.
Credevo che occuparsi ventiquattr’ore su ventiquattro di un’altra persona significasse accertarsi delle medicine da prendere, curare l’igiene, aiutarli a mangiare. Non sapevo che mi stavo sbagliando.
Al monastero eravamo circa una ventina di persone tra volontari e disabili, forse qualcuno di più.
Le persone le ricordo una per una, ma tre più delle altre.
Un uomo di quarant’anni con lunghi capelli biondi e i baffi da Ringo Starr. Sembrava uscito da un film degli anni Settanta. Non sapeva parlare a causa di un problema alla nascita.
Un ragazzo alto e forte come un toro, che sorrideva a chiunque con il suo viso largo e piatto e gli occhi dal taglio a mandorla. Faceva scherzi in continuazione.
E poi l’uomo che mi avevano affidato, un anziano grosso il doppio di me, ma buono e dolce come un bambino di quattro anni. Si preoccupava delle sue medicine omeopatiche e mi raccomandava di seguire le indicazioni che gli aveva dato sua mamma, una donna minuta che aveva passato da un pezzo gli ottanta. Osservandolo, mi chiesi come avrei fatto a fargli la doccia. Mi preoccupai di quel momento di intimità.
Nel monastero dormivamo in una stanza con due letti a castello, due volontari e due disabili. Imparai a vestire l’uomo di cui dovevo prendermi cura. Infilargli la maglietta, stare attento che non mettesse i piedi dove non doveva quando uscivamo per la passeggiata.
Cantavamo canzoni, guardavamo le stelle di notte.
Il refettorio era uno stanzone in comune. Noi volontari servivamo ai tavoli, la cucina era come quella di una grande mensa scolastica. Non avevo mai fatto il cameriere prima d’allora e cercai di imitare quelli che avevo visto in un ristorante.
Nonostante tutto il mio impegno, feci cadere i piatti vuoti per terra.
Ricordo che si girarono tutti. L’uomo con i capelli biondi e i baffoni si alzò in piedi e mi indicò, mettendosi a ridere. Fissai i cocci rotti senza il coraggio di cercare la comprensione dei volontari.
Per sdrammatizzare, uno di loro mi tese la mano e mi disse: “Visto? Ti sta prendendo in giro anche lui”.
In refettorio riprese il brusio e il tintinnare delle posate e io pensai alla casa dell’associazione a Milano.
Passarono un altro paio di giorni. Ormai mi ero abituato a quella routine. Per un pizzico di stanchezza mi dimenticai di dare le medicine all’anziano di cui dovevo prendermi cura.
Il senso di colpa mi perseguitò per almeno due settimane dopo il rientro.
Non era successo niente di grave, a distanza di anni posso dirlo con assoluta certezza, ma il peso che mi aveva angustiato era più reale di qualsiasi altro errore.
Parlai della mia mancanza con un volontario. Mi disse che alcuni genitori seguivano i figli in tutto e per tutto, nonostante l’età, e altri, be’, per altri i figli disabili non esistevano proprio.
Non c’era condanna in quelle parole. Noi volontari dovevamo essere fermi, perché anche se per noi era solo una domenica alla settimana, per loro era la vita.
Era questo il succo del suo discorso e portai con me quella rivelazione senza comprenderla fino in fondo.
E poi venne il momento della prima doccia. L’intimità forzata di cui avevo avuto paura. I guanti di lattice stretti che avevo indossato e il tentativo di non bagnarmi troppo. Il vapore del box doccia e l’acqua che cadeva, con lo shampoo che l’uomo chiedeva di non fargli andare negli occhi. Scoprii che dentro il corpo dell’anziano c’era un bambino. Sotto l’acqua calda non smise di parlare un secondo delle cose che gli insegnavano all’istituto e di come sua mamma si fosse raccomandata di lavarsi per bene anche dietro le orecchie.
La paura se n’era andata. Era rimasto soltanto il profumo del bagnoschiuma e la naturalezza di un gesto che si può fare soltanto con un familiare, quando le barriere sono cadute.
Sono passati vent’anni e soltanto da poco ho compreso fino in fondo il senso di quell’esperienza. È stato quando una delle mie figlie, che al tempo aveva tre anni, è stata ricoverata in ospedale per una settimana. Io e mia moglie ci davamo il cambio, la notte e il giorno, la mattina e la sera.
Uno con lei in ospedale, l’altro con quella di sei anni, che sentiva la sofferenza del distacco obbligato, senza comprenderne del tutto il motivo.
Mi sono trovato a sostituire la loro mamma per alcune attività routinarie. Cercando di non far mancare niente neanche a quella di sei, incluso farle la doccia.
Chi ha figli sa quanto i riti siano importanti per i bambini. Le stesse persone che fanno le stesse cose, senza cambiare gli orari.
La paura di mia figlia era la mia. Il timore di non poter fare abbastanza.
Con l’acqua che le scorreva sopra i capelli, cercando di non farle andare il sapone negli occhi, mi sono reso conto di cosa vuol dire prendersi cura di qualcuno che ami avendo paura di fare la cosa sbagliata.
E quando mia figlia alla fine ha sorriso e si è asciugata i capelli, ho ricevuto qualcosa di più.
Ho capito perché mi ero sentito così in colpa quando avevo dimenticato di dare le medicine omeopatiche.
La responsabilità che si sceglie ha un peso maggiore.
Ho compreso che quello che mi spaventava con l’uomo sotto la doccia non era la disabilità, ma il timore di tradire la sua fiducia totale.
Che stare accanto a qualcuno non vuol dire farlo dall’alto, ma mettersi in gioco alla pari, perché dono e timore sono le due facce della stessa medaglia.
E ancora oggi mi chiedo una cosa, ogni volta che mi capita qualcosa di simile, che si tratti di vita privata o lavoro.
Sarò in grado di restituire almeno in parte quello che sto ricevendo?
Alcune esperienze si capiscono solo anni dopo. Queste sono le altre.
→ Lavorare sette giorni su sette
→ Costruire qualcosa mentre lavori full-time
→ Costruire qualcosa che resta
→ Finire quello che inizi: la guida
→ Romanzi sul cambiamento climatico: dalla distopia alla climate fiction
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