Sono nato con la neve e le finestre rotte.
Era passata da poco l’epifania e la RAI trasmetteva in diretta gli aggiornamenti sul maltempo. Scuole chiuse e ospedali troppo pieni non fermarono la rabbia di mamma. Il piatto che aveva lanciato mancò papà di un soffio e ruppe la finestra.
Mentre tra le lacrime diceva “O io o lei”, stringendo un ciondolo a forma di stella che aveva preso dalla camera da letto, il vento portò l’inverno dentro casa.
Incidenti mortali per il gelo, aveva detto la televisione. Un freddo che non si vede dal dopoguerra.
Papà si passò una mano tra i capelli impomatati, tirò fuori dalla tasca una sigaretta e se l’accese. Il fumo si sparse nella cucina. Mamma inspirò il tabacco acre, si appoggiò alla sedia sgangherata, mise una mano sulla pancia. Papà osservò la smorfia sul suo viso. La sigaretta gli tremolava all’angolo della bocca. Mamma spalancò gli occhi, come se si fosse ricordata in quel momento di qualcosa di importante.
«Ahi» disse.
Il vento rovesciò la bottiglia di plastica sul tavolo.
«Ahi?» ripeté papà.
«Si sono rotte le acque» disse mamma.
Guardò fuori e poi di nuovo verso mio padre. «Quella finestra ci costerà, da riparare.»
«Ci costerà» disse papà, fissando la neve sopra il tavolo apparecchiato, che si stava ammonticchiando piano.
«Chiama l’ambulanza» disse mamma.
Papà chiamò. Provò di nuovo. Impallidì.
«Le strade sono bloccate» disse, mentre la cenere gli bruciava il labbro.
Il telegiornale continuava a parlare di blackout e di nascite d’emergenza fatte in casa.
«Facciamolo anche noi qui, il bambino.»
Papà non obiettò. Chiamò i vicini del piano di sotto, gli unici che potevano arrivare.
«Ci aiutate voi con Gabriele?»
Entrarono in casa, fecero distendere mia madre sul letto sfatto, le misero un cuscino dietro la testa. Le dissero «Spingi!»
Passarono le forbici sopra la fiamma del fornello, osservarono sbigottiti il troppo sangue. Provarono di nuovo a chiamare un’ambulanza, che non arrivò.
Mamma si perse durante il travaglio. Camminando impazzito per la stanza fredda, papà maledisse il giorno del trasloco fuori Milano, la neve e le ambulanze. Il mondo intero gli si era rivoltato contro.
Questo è quello che gli sentii raccontare, osservandolo da dietro l’anta dell’armadio, la prima sera che portò l’altra in casa nostra.
Si chiamava Greta Messner.
La notte che passò da noi la osservai sedersi di nascosto al tavolo da trucco. Si passò una matita sotto gli occhi, come faceva la mia mamma. Accarezzò il ciondolo a forma di stella che portava al collo.
La seguii di nascosto fino alla cucina. Aveva portato una bottiglia di vino. Mentre papà l’apriva, disse: «Questo è il Blauburgunder che ti era piaciuto tanto due anni fa.»
Papà scrollò le spalle e fissò il nastro adesivo con cui aveva rattoppato la finestra della cucina. Stappò la bottiglia e si versò da bere.
Greta la indicò.
«Pensi che reggerà, quest’anno?» chiese.
«Reggerà» disse.
Osservò il vino nel bicchiere, come se cercasse una risposta a una domanda che nessuno gli aveva ancora fatto.
«Ti ho detto perché stavamo litigando quella notte, io e Lucia?»
Greta gli si avvicinò di un passo, gli mise una mano sulla spalla.
«Non è più importante» disse. «Non è stata colpa tua.»
Fece una pausa. Papà indicò la finestra rotta. L’indice della mano gli tremava.
«Non l’ho più aggiustata, non mi sembrava giusto.»
Greta lo abbracciò.
«Non è stata colpa di nessuno. Non potevamo saperlo.»
Papà nascose il viso nell’incavo della sua spalla e iniziò a singhiozzare come facevo io quando mi lasciava solo in casa. Non appena si fu calmato, Greta gli prese i capelli e gli tirò su il viso e lo baciò sulle guance e sulle tempie. Gli sfiorò gli occhi con i suoi, il naso con il suo, la bocca con la sua. «Bevi, caro, bevi un poco di Pinot» disse. «Ti aiuterà a dimenticare.»
«È stata colpa mia» disse papà.
Greta gli porse nuovamente il bicchiere.
Papà lo prese e io fui preso dalla voglia di spaccare tutto.
L’armadio divenne il mio rifugio. Buio, solitario, ma con il profumo dei vestiti di mamma e quel silenzio interrotto soltanto dai pensieri di papà. Anche quando Greta si trasferì da noi, lui la tenne lontana dai suoi abiti. «Non sono ancora pronto» le diceva.
«Non li posso dare via.»
Quando lei non lo vedeva, papà toccava gli abitini neri con i pois, i nostri preferiti. E anche se piangeva ricordando mamma, io ero contento perché eravamo di nuovo insieme come prima del litigio, quando ero nel pancione e sentivo soltanto la sua voce.
Spesso lo aspettavo appoggiato allo specchio sopra l’anta, stando attento a non romperlo, perché l’avevo sentita la storia dei sette anni di sfortuna. Lui stava lì e mi parlava, sottovoce e con gli occhi chiusi, mentre io lo fissavo seduto e gli dicevo sì papà, va bene papà, non è stata colpa tua papà, la mia vita mi piace così, papà. E anche se lui non mi rispondeva mai, i suoi ricordi mi rendevano forte e mi facevano stare bene.
Una sera che era uscito, Greta aprì l’armadio e iniziò a rovistarci dentro. Toccò i vestiti e li buttò sopra il letto. Riempì il mio spazio del suo odore.
Grattai l’anta dell’armadio fino a spaccarmi le unghie.
Prendendo fiato, la osservai mentre piangeva.
“O io o lei, o io o lei” le sentii dire, tra i singhiozzi, stringendo il ciondolo che aveva al collo.
Mentre lei tirava via un abito estivo di velo trasparente, scoppiai a urlare. Picchiai contro il fondo dell’armadio. Greta si girò verso di me. Urlò, si ritrasse e inciampò. Corse fuori dalla stanza.
«Un bambino» disse Greta, rannicchiata sulla poltrona, quando papà tornò a casa quella sera. «Ho visto un bambino nell’armadio.»
«Non essere sciocca» le disse papà. «In questa casa non c’è mai stato alcun bambino.»
E distolse gli occhi dall’armadio.
Lisa nacque senza che me l’aspettassi, pochi giorni dopo che le parole di papà mi avevano ferito a morte. Avevo sempre pensato al parto come a un fatto di solo sangue, ma Greta tornò in salute, portando in braccio quel fagottino profumato, indifeso, che fissava tutto con gli occhi spalancati.
Dopo essersi truccata, capitava che Greta si fermasse di fronte all’armadio.
Mi fissava. Una volta mise le mani sulle ante. La sentii piangere, mormorando qualcosa.
La notte che mi avvicinai alla culla, Lisa mi scrutò come nessuno mai.
Provai a spingerla, ma non ci riuscii. Le mie mani attraversarono il lenzuolino e gli angoli paracolpi ai lati del lettino. Erano tre settimane che papà non entrava nell’armadio. Solo quando lei non c’era, quando Lisa e l’altra ci lasciavano da soli, i ricordi di papà mi ridavano le forze.
Preso dallo spavento di quei giorni, sulla porta dello sgabuzzino scrissi il mio nome. Gabriele.
Mi sembrò un buon punto di partenza.
Greta lo vide la mattina dopo e cadde in terra, perse i sensi. Il rumore forte risvegliò papà.
Il primo sacerdote venne dopo che Lisa mi indicò una sera a cena, l’ultimo buttò l’acqua santa sul divano. Benedisse la cucina intera e le pietanze nella piccola dispensa.
«L’armadio» disse Greta, appena quello ebbe finito il giro. «L’armadio, l’armadio.»
Era giovane, con dei baffetti poco curati e i capelli arruffati.
«L’armadio?» disse il prete.
«L’armadio, l’armadio» ripeté Greta.
Si avvicinò, aprì l’anta, spostò i vestiti di mamma, mi cercò. Lesse una preghiera che non conoscevo e per un momento il mio odio si acquietò, pensai perfino di poterla sopportare.
«Tutto a posto» disse il prete, rimettendo il piccolo libro nella borsa di cuoio da cui l’aveva tirato fuori.
«E l’acqua santa?» chiese Greta.
«Ah già, l’acqua santa.»
Tirò fuori l’aspersorio e io chiusi gli occhi, perché non mi piaceva essere toccato. Quando ebbe finito, li riaprii.
«Amen» disse.
«E adesso?» chiese Greta.
«Il bambino sarà andato in un luogo adatto a lui.»
«E se non ha funzionato? Lisa lo vedrebbe, non sarebbe al sicuro.»
Il prete giovane scosse il capo e se ne andò.
Le notti seguenti, dopo aver spento la luce, rannicchiata sotto le coperte, lei glielo diceva.
«Andiamocene via, riportaci a Bolzano.»
«Perché dovremmo?»
«Fallo per Lisa, caro, portaci via.»
Papà guardò verso la cucina, in direzione della finestra rotta.
«Ma G…»
L’altra gli mise un dito sulla bocca e io mi sentii mancare. Come quando papà addormentava Lisa dopo cena e io non ero più capace di parlare. Quando le preparava la pastina e il fiato mi restava in gola.
«Pensa a Lisa.»
Fissai mia sorella. Non sapevo quanto tempo avrei avuto ancora per fare la mia scelta.

Una sera che la pioggia ticchettava sulla finestra della cucina con più insistenza delle altre volte, vidi Lisa seduta sul seggiolone.
Fissava a occhi spalancati i lampi che illuminavano le case di fronte, per poi gettarle di nuovo nella notte nera. Mi avvicinai e le carezzai la testa.
«Piove, Lisa» dissi.
Mi guardò con i suoi occhi caldi. Li aprì, li chiuse, mentre il vento fuori, forte, ruppe di nuovo la finestra, infrangendo il nastro adesivo che papà aveva usato per arginare il freddo. Di nuovo, dopo la notte che ero nato, l’inverno sgarbato si introdusse in casa.
Le dissi «vieni, Lisa, vieni» e lei scese piano dalla sedia troppo alta, stando attenta a non cadere. S’incamminò incerta verso di me.
Tremai. Non sapevo se avrei avuto la forza di fare quello che stavo immaginando.
La fissai.
«Sali» le dissi, indicando il cornicione, e lei salì, sporgendosi verso il cortile nudo e fondo.
I capelli fini le svolazzarono elettrificati e toccandola mi resi conto che tremava e che tremavo, mentre il solito pensiero prudeva come se non l’avessi mai grattato.
O io o lei, pensavo. Fragile sul cornicione scivoloso, illuminata dai lampi e benedetta dalla pioggia che le batteva il viso, guardava incerta il mondo al di là della finestra.
Le luci del palazzo di fronte.
L’ombra di un gatto che fuggiva nel cortile.
Io le tiravo la tutina sottile.
Papà arrivò e mi voltai.
«Gabriele» disse. «Gabriele.»
Come se mi parlasse per la prima volta.
Lisa si girò piano, come quella neve che si era posata sulla tavola il giorno che ero nato.
Mi voltai verso il cielo ingombro.
Esausto.
«Gabriele.»
La finestra rotta, i lampi, la mia mano che tira la tutina, il cornicione scivoloso sotto la finestra.
Mi girai di nuovo verso Lisa, mentre mio papà le correva incontro con le braccia protese.
O io o lei, pensai.
O io o lei.
Ivan Libero Lino
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