Quando lavorare senza sosta non è sufficiente
Ultimi mesi dell’anno 2000. O inizio 2001. Non ricordo con precisione, ma nelle cuffie ascoltavo Stan, di Eminem. Mi ero trasferito da poco con la mia famiglia a Voghera, in provincia di Pavia. Senza un soldo, senza patente e con pochi amici. Dei miei vent’anni rammento bene il freddo e i viaggi in treno, da Voghera a Milano, quasi quattro ore tra andata e ritorno da casa mia. Gli esami di Scienze politiche non si davano da soli e il lavoro come commesso part-time in una nota catena di noleggio videocassette non aiutava. L’avevo accettato perché avevo bisogno di lavorare.

Lavorare sette giorni su sette per restare a galla
Non ero bravo.
Volevo esserlo.
C’è una differenza, ma al tempo non la conoscevo. Ricordo una volta che un cliente inglese venne a pagare in cassa. Mi fece i complimenti per la padronanza della lingua. Io mi impappinai con il conto e lo tenni dieci minuti in più del dovuto. Se ne andò sbuffando. Una domenica pulimmo tutto il negozio. Lo store manager mi disse che la mia parte brillava, ma ero a un quarto del lavoro quando gli altri avevano finito. La settimana dopo mi fece pulire i gabinetti.
Ripenso alle ore in Stazione Centrale nella sala d’aspetto. Io, due pendolari e tre barboni che dormivano sulle panche. L’ultimo treno per Voghera dopo mezzanotte e poi due chilometri a piedi fino a casa, perché non mi potevo permettere la patente. Studiando in ogni momento libero. Così stanco che a casa sbiascicavo.
Non superai il periodo di prova, nonostante avessi dato tutto. Ricordo la vergogna e lo sconforto. La chiamata dall’Università Statale di Milano per un altro lavoro, alla Segreteria di Medicina e Chirurgia. La sensazione di meritarlo. La paura di fallire di nuovo. L’inserimento degli esami sostenuti dagli studenti in un computer. Data Entry. Lavoro, studio, lavoro. Rifiatare nel week end. E poi la possibilità di lavorare in un’agenzia di stampa sportiva, ma solo il sabato e la domenica. Gli unici giorni in cui riposavo qualche ora e che dedicavo interamente allo studio.
Ma l’occasione era troppo ghiotta. Già mi vedevo giornalista. Accettai. Trovai un lavoro molto meno romantico di quello che mi ero immaginato. Chiamare telefonicamente dirigenti e allenatori di squadre di calcio a 5, il futsal. E scrivere a mano i risultati su fogli di carta (i laptop per tutti erano fantascienza). Passare i risultati per telefono a chi li avrebbe inseriti sul sito web, prima delle altre agenzie.
Sette giorni su sette di lavoro. Sette notti su sette di studio per conservare la media e il numero di esami necessari alla Borsa di Studio che mi garantiva di finire l’Università.
Ricordo le corse per prendere il treno. Le lotte per tenere gli occhi aperti e studiare, durante il tragitto. Due ore di treno sono tante, mi dicevo. Meglio non buttarle. Rivedo i tentativi di arrotondare. Distribuire giornali gratis o volantini, vestito da Babbo Natale. Vendere polizze vita e trovare al telefono chi ti dice “ma quale polizza, è morto mio marito”. Ripenso all’eleganza per fare lo steward in Fiera. Alla fatica per le consegne con il camioncino ai negozi di elettronica. La volta che ho rigato la fiancata contro un muro.

Fino al termine del 2002, quando la situazione economica a casa mia migliorò e per la prima volta lavorare divenne una scelta. E il lavoro divenne soltanto un ricordo, perché ero rimasto indietro con gli esami.
Lasciai l’agenzia di stampa. Nessun futuro da giornalista. Tempo buttato, mi dissi. Avrei fatto a meno dei soldi.
In un anno diedi undici esami. Mi sentivo invincibile. Così tanto da riprendere a lavorare, attratto dai cinque euro in più per la birra del sabato sera. Trovai lavoro in un’altra agenzia di stampa, questa volta economico-finanziaria.
Ci rimasi un anno. Il tempo di stancarmi dei pezzi tutti uguali. Azioni che salgono, dividendi che scendono. L’indice FTSE 100, il CAC 40.
Rimasi senza lavorare finché gli alti e bassi della mia famiglia non mi portarono a cercare di nuovo lavoro. Ripartii da un annuncio per operatori di call center part-time. Quattro o cinque ore al telefono a dire sempre le stesse cose. Rimpiansi l’agenzia di stampa finanziaria. Fino a quando non mi fecero supervisor (credo che oggi si dica team leader). Provai per la prima volta il piacere di guidare e non essere guidato.
Nel frattempo, si avvicinò il tempo della tesi.
La vedevo come la fine di tutti i mali.
Relazioni internazionali.
Ci dedicai un anno. Mi proposero di lavorarci altri dodici mesi per pubblicarla, ma io avevo in testa il dottorato. Declinai la prima offerta e fallii la seconda. Chiesi di un master che apriva le porte della carriera diplomatica. Il professore con cui avevo fatto la tesi mi disse con candore che il master non preparava più dell’università, ma che dava gli agganci giusti. Controllai le mie finanze, le possibilità di borse di studio. Per me il problema non si sarebbe posto. Non me lo sarei mai potuto permettere.
Mi trovai ancora senza nulla. Una bella laurea in tasca con il massimo dei voti o quasi (mi mancava solo la lode). Continuai a lavorare, fondai un’associazione culturale e poi cambiai lavoro. Passai in FinecoBank, stancandomi anche di quello, dopo un anno.
Nel 2006 iniziai la mia carriera nel project management e nel software. Non l’avevo cercata. Non sapevo neanche cosa fosse. Avevano trovato il mio CV su Monster. Mi era letteralmente capitato addosso.
Ogni passo mi aveva portato dov’ero. Non dove volevo essere, ma dove mi trovavo in quel momento. A distanza di un anno, molti miei colleghi dell’università cercavano ancora lavoro o facevano stage retribuiti poco o male. Io avevo 26 anni e un contratto a tempo indeterminato, ben retribuito. Non l’avevo mai cercato consciamente. Non ci avevo mai dato peso e, al di là dello status symbol che mi inorgogliva, significava poco. Non era nei miei piani. Era arrivato e l’avevo preso. Tutto qui.
Avrei voluto fare il giornalista. Il ricercatore. Il diplomatico. Avevo lavorato sette giorni su sette, studiato contro tutto. Mancanza di soldi, di tempo, di opportunità. E non avevo ottenuto quello che volevo. Iniziò un nuovo turbine, con affanni e vittorie differenti, ma questa è un’altra storia.
Dal 2000 al 2006 ho dato tutto. Ne sono uscito con tre insegnamenti e una domanda.

Cosa ho imparato dopo aver lavorato sette giorni su sette
- Insegnamento numero uno: devi resistere quando non puoi cambiare le condizioni.
Quando lavoravo sette giorni su sette e studiavo in parallelo, cercavo solo di arrivare alla fine della giornata. Sono diventato flessibile. E coriaceo. - Insegnamento numero due: dare senso alla sofferenza è un meccanismo di sopravvivenza. Quando davo tutto, pensavo per cosa lo facevo. Per chi lo facevo. È quello che mi ha dato la forza di andare avanti quando il vento era contrario.
Razionalizzai questo insegnamento solo molti anni dopo, leggendo Viktor Frankl, nel suo saggio Sul senso della vita. Osservando e vivendo un contesto incomparabilmente più drammatico, quello dei campi di concentramento, ha scritto che la vita ha senso anche nella sofferenza, se riusciamo a darle un significato. Se siamo capaci di trasformarla in un’opportunità di crescita interiore e di immaginare un futuro in cui il nostro “compito” o scopo sarà compiuto. - Insegnamento numero tre: il senso non coincide con il risultato desiderato. Nel primo film, Rocky non vince contro Apollo Creed. Eppure, la sua vita acquista un significato. Ora lo capisco molto meglio.
Ma questi anni hanno fatto anche nascere una domanda, a cui tutt’oggi non so rispondere.
Puoi dare tutto e non ottenere quello che vuoi. Ne vale comunque la pena?
Lavorare senza sosta insegna una cosa: il tempo non basta, servono le scelte giuste.
→ Side project e lavoro full-time: come trovare il tempo senza perdere tutto il resto
→ Costruire qualcosa che resta: la lezione di Viktor Frankl
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